scolopendre.

“Siamo tutti un po’ scolopendre”, conclusione in comune disaccordo di uno dei discorsi-ai-limiti-della-razionalità che mi capita ogni tanto di fare con questa persona, di cui non saprei ben definire il ruolo nella mia esistenza, ma con cui faccio quel tipo di conversazioni nelle quali ad un certo punto non si capisce bene chi entra nel delirio di chi, e sembra di camminare su una linea sottile fra sanità e follia. Comune disaccordo, perchè cavolo… io non sono una scolopendra!

La scolopendra è uno schifoso insetto da corsa che ama gli angoli bui e umidi, con il passo aggressivo di chi ha come unico scopo nell’esistenza quello di venire a pizzicarti i piedi. Di fatto attacca solo se si sente in pericolo e quelle delle nostre zone non sono neanche particolarmente velenose o aggressive. Tuttavia il suo aspetto tradisce la sua intenzione, che probabilmente è quella di scappare il più lontano possibile da me, ma chi è contento quando un millepiedi corazzato di dieci centimetri corre lungo la parete del bagno? Io no di certo, non ci penso due volte, e la schiaccio. Già, tanti saluti ahimsa (dal sanscrito “non-violenza”).

Soccorro e prendo in mano quasi ogni tipo di insetto da quando abito praticamente in un bosco, in una casa con una botola e le zanzariere bucate. Si può dire che sia io l’insetto a casa mia. Ma la scolopendra la schiaccio. La schiaccio perchè mi fa paura. Curioso, ci comportiamo esattamente allo stesso modo. Dall’interno del suo guscio sono io il mostro e probabilmente il punto di vista giusto è il suo.

La paura è una strana amica. Può correre a difenderci come convincerci a indossare corazze, affilare gli artigli o sguainare la ciabatta, in difesa di ogni contestualmente logica causa persa. La guerra chiama guerra e lo sterminio della scolopendra potrebbe durare in eterno: ce ne sarà sempre un’altra ad uscire fuori dalle crepe fra le mattonelle di una perfezione apparente o da un tappeto che nasconde polvere da troppo tempo. La scolopendra se ne frega del mio equilibrio mantenuto a fatica e se ne esce fuori così: veloce, presumibilmente aggressiva ed imprevedibile. E finisce spappolata sulle mattonelle del bagno. La crepa rimane aperta, il tappeto è ancora un po’ sollevato, ed il  tentativo di mantenere un ordine-a-priori non fa altro che creare un certo attrito con la realtà. Quest’ultima ce l’ha sempre vinta e quindi tira fuori un altro piccolo mostro, e un altro e un altro e un altro… scolopendre all’infinito!

Potrei a questo punto dire che l’Universo ha un problema con me, ma forse devo ammettere che sono io ad avere un problema con me. La domanda diventa quindi: quale parte di me vedo riflessa in quel piccolo essere strisciante che mi da tanto fastidio? Cosa mi dice la scolopendra su me stessa che non mi va di sentire? Comprendere le ragioni del “mostro” ed accettare che siamo un po’ la stessa cosa genera dentro di me un certo conflitto, perchè diciamoci la verità: nessuno vuole essere una scolopendra.

Abbiamo tutti i nostri umidi angoli bui, con tappeti e crepe sotto le quali strisciano le tracce del nostro singolare vissuto, le nostre esperienze, i nostri traumi: versioni di noi che non vogliamo accettare, vedere, integrare, ma alle quali siamo allo stesso tempo affezionati, attaccati, azzarderei delle quali siamo dipendenti. Per come la vedo io riconosciamo noi stessi nell’ombra molto più che nella luce, perchè inconsapevolmente passiamo così tanto tempo dentro quella corazza da identificarci con essa. Come se ci rendesse in un certo senso unici, diversi. Ma poi diversi da chi?

Quando sbirciamo dentro le crepe dell’armatura che ci ha consentito di sopravvivere, possiamo scorgere che sotto siamo morbidi, fragili, spesso feriti… Abbiamo tutti lo stesso cuore pulsante, che emette la stessa luce anche se ricucito a fatica pezzo dopo pezzo. Siamo tutti uguali ed in un certo senso fragili, fallibili. E questa cosa, che ci rende meravigliosamente umani, la detesto. Quindi attacco prima di essere eventualmente attaccata, ma combatto contro il mio stesso riflesso. Oppure scappo via veloce da un’eventualità non ancora accaduta e che forse non accadrà mai. E pensare che quella versione di me che proteggo e detesto allo stesso tempo, quella troppo vulnerabile per questa esistenza, è probabilmente la parte migliore di me. Sono di certo un po’ scolopendra.

Comunque le mie nuove amiche centopiedi potranno stare tranquille, perchè non le schiaccerò più. Non so se posso dire lo stesso dei miei piccoli mostri interiori, ma comunque l’idea è quella di farci amicizia uno per uno, anche se mi fanno paura… anche se mi faccio paura. Infondo “siamo tutti un po’ scolopendre”.

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